28-7-2 - Edizioni Parva

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Tra scienza e mistero
(da Guarire l'anima per curare anche il corpo)
La scienza ci insegna che l’universo, uomo compreso, è composto di materia e di energia. Spazio e tempo sono i parametri fondamentali della nostra vita fisica. Ma restano troppi gli interrogativi dell’uomo a cui la scienza non riesce a rispondere. Potrebbe riuscirci in futuro, affermano i fedeli della scienza. Sicuramente si troveranno sempre nuove risposte, ma io credo che, finché si continuerà a restringere il campo dell’energia a una dimensione soltanto fisica, finché si guarda tutto ciò che esiste sotto l’aspetto esclusivamente materiale e funzionale, non si riusciranno mai a penetrare anche in minima parte gli abissi del nostro universo. Io credo che, soprattutto per quanto riguarda l’origine del cosmo e della vita, escludendo Dio Creatore e con Lui la sostanza soprannaturale del mondo e dell’uomo, nessuna risposta soltanto scientifica potrà mai essere esauriente. Anzi: forse, più la scienza progredisce più si trova di fronte a interrogativi sempre più inquietanti e a realtà sempre più enigmatiche. L’accanimento con cui certi studiosi si ostinano a voler escludere Dio dalle loro teorie non fa che rendere sempre più evidente il mistero che sta alla base dell’esistenza.
E questo mistero non basta negarlo, per eliminarlo. La realtà non è limitata a ciò che io sperimento, e non è creata dalla mia coscienza; io posso soltanto prenderne atto. Per onestà intellettuale, dovrei prendere atto che esiste anche una realtà inconoscibile e che il mistero esiste, ed è il fondamento della vita dell’uomo e della vita del mondo.
In quanto cristiano, “questo” mistero lo chiamo Dio.
Non si può ignorare nemmeno la realtà del mistero del male.
Non si può pretendere di avvicinarsi alla verità senza tener conto del lato oscuro dell’essere, ignorando che tutta la creazione è stata ferita dal peccato; che tutta la natura, uomo compreso, è stata avvolta dalle tenebre, fino a quando Dio, incarnandosi, si è rivestito di essa, e ha assunto la nostra umanità, la nostra carne, e l’ha redenta, l’ha salvata, l’ha impregnata di luce. Non si può nemmeno ignorare che questa luce le tenebre non l’hanno accolta.
Anche tutto questo è mistero, e negarlo a priori inficia la verità.
Mistero è sì l’inconoscibile di Dio, cioè la luce, ma mistero è anche la tenebra della creatura.
Le radici dell’essere di ogni uomo affondano nella luce, vivono di luce, ma l’istinto della carne spinge l’uomo a nascondersi e a scegliere le tenebre: la luce gli fa paura, perché lo mette a nudo e non può dominarla. E proprio perché è un mistero in se stesso, proprio perché è fondamentalmente inconoscibile anche a se stesso, proprio perché non accogliendo la luce rimane impastato di tenebra, l’uomo non accetta la sua enigmatica realtà, e la teme.
L’energia che “siamo” è un mistero, sì, ed è fondamentalmente un mistero di luce, di vita. Il peccato però ha prodotto e continua a produrre in noi anche una realtà oscura, un’energia di morte.
Oggi non si vuol sentir parlare di peccato.
Oggi “peccato” è un termine fuori moda, un concetto assurdo e vuoto, perché l’uomo moderno non accetta colpe e dipendenze.
È proprio questa insensata volontà di autonomia che costituisce il peccato, perché stravolge la “natura” dell’uomo pretendendo di strapparlo dal suo centro vitale e lo porta così inevitabilmente alla morte.
Siamo energia, e lo sperimentiamo, tutti. Lo riconosce anche la scienza; ma, non potendo spiegare “tutta” l’energia che siamo perché non è soltanto di ordine fisico, nega ciò che sfugge alla razionalità, oppure tenta di giustificarla nei modi più fantasiosi.
È stato dimostrato che i nostri sentimenti, le nostre emozioni, i nostri pensieri, la nostra volontà sono energia. La nostra vita è energia. Noi siamo energia. Energia continua e incessante, perché viviamo senza interruzione, e in continuazione pensiamo, proviamo sentimenti e facciamo scelte. Energia che non si limita a permeare il nostro essere e il nostro corpo, determinando la qualità della nostra esistenza, ma si irradia anche attorno a noi, creando campi di energia positivi o negativi che influiscono sulla realtà che ci circonda, con un raggio d’azione inimmaginabile. L’energia che siamo interagisce col mondo esterno, e non soltanto a livello fisico, perché ne condiziona l’andamento e la vita e ne è a sua volta condizionata.
E poiché non siamo soltanto materia, fisicità, la nostra energia non è neutra: è positiva se coltiviamo volontà, azioni, sentimenti e pensieri positivi; mentre è energia negativa se ci lasciamo determinare dal peccato. Limitandosi alla dimensione soltanto fisica, la scienza ignora l’aspetto etico del nostro esistere, che però ha un peso importante nell’economia del mondo. Per quanto dipende dalla nostra volontà, infatti, noi siamo responsabili dei nostri pensieri e dei nostri comportamenti, e quindi dell’energia che diffondiamo.
Il Libro della Sapienza dice che “neppure una parola segreta sarà senza effetto” (Sap 1,11). I Padri del deserto potevano perciò sostenere che un nostro sentimento per quanto nascosto, un nostro pensiero per quanto recondito, non soltanto condizionano i nostri stati d’animo, i nostri atteggiamenti, le nostre relazioni con gli altri, e quindi tutta la nostra vita personale, ma pesano sull’equilibrio dell’intero universo.
Sperimentiamo tutti che quando siamo contenti il mondo lo vediamo più bello, e i nostri comportamenti sono più positivi, le nostre relazioni con gli altri più buone; quando al contrario siamo tristi o arrabbiati o delusi il mondo lo vediamo grigio, le persone ci si mostrano piene di difetti, insopportabili, se non addirittura ostili, e le nostre relazioni diventano negative, i nostri comportamenti aggressivi. Basta l’atteggiamento sgradito di qualcuno, una preoccupazione, o semplicemente una giornata di pioggia a renderci di cattivo umore. È un esempio banale, ma dimostra che esiste realmente un’interazione continua fra noi e il mondo. L’energia che si sviluppa in noi è determinata dal nostro stato d’animo, che a sua volta è determinato dalle circostanze: “dipendiamo” dai condizionamenti della nostra umanità e del mondo esterno, siamo influenzati dallo spirito del mondo e a nostra volta influenziamo il mondo.
Ci sono persone (tra cui anche dei santi) che manifestano una ricettività particolare e che, ad esempio, da un oggetto appartenuto a qualcuno, o dall’ambiente in cui qualcuno è vissuto, riescono a percepire “qualcosa” di questa persona, anche se è lontana o addirittura defunta.
Per la cultura speculativa di oggi argomenti come questi sono ritenuti ingenuità assurde, ma sono dati di fatto. E dimostrano che, se da un lato c’è in noi la capacità più o meno sviluppata di captare l’energia degli altri, d’altro lato basta davvero semplicemente “esserci” per trasmettere qualcosa di noi agli altri e all’ambiente che ci circonda, e assorbire a nostra volta, più o meno passivamente, più o meno consapevolmente, l’energia che ci avvolge.
Ciò significa che continueremo in qualche modo a essere presenti nel mondo anche quando ce ne saremo andati, attraverso le tracce della nostra vita che abbiamo lasciato, attraverso le impronte positive o negative che abbiamo trasmesso da vivi. E se questo si può percepire su un piano soltanto fisico, indipendentemente da ogni coscienza, da ogni etica e da ogni tipo di fede, possiamo immaginare quanto più agisca sull’economia del mondo la nostra vita spirituale.
Non si deve poi ignorare che i nostri comportamenti sono determinati anche dalla nostra facoltà, più o meno illuminata dallo Spirito, di dirigere la nostra vita interiore e di impostare la nostra vita sociale, cioè il modo con cui entrare in contatto con la vita degli altri.
Se veramente conoscessimo la portata della nostra presenza nel mondo, ci sentiremmo senz’altro meno isolati e meno indipendenti, più esposti, più coinvolti nelle vicende di tutti, più implicati nella storia degli altri, e quindi più consapevoli della responsabilità che il nostro modo di essere comporta nel mondo presente e di quanto lasciamo in eredità, e saremmo forse meno egocentrici e individualisti.
Sarebbe di fondamentale importanza prendere atto che non siamo affatto isole, ma partecipiamo di Dio e partecipiamo degli uomini e del mondo, dell’universo intero, e che l’universo intero ha veramente una sua vita e partecipa di noi. Padre Barsotti diceva che un granello di sabbia contiene la storia dell’universo. La creazione è opera di Dio, che è la vita; è mistero che anche un granello di sabbia possa “contenere” in sé l’universo, ma anche un granello di sabbia è compiuto in sé e porta impresso il sigillo divino.
Gli scienziati, dopo aver sottoposto alcune piante a particolari esperimenti, hanno dimostrato che esse reagiscono proprio come se provassero emozioni: le piante “amano” la musica, “godono” se si parla con loro, “riconoscono” addirittura le situazioni di violenza che si verificano accanto a loro e ne provano “paura”; hanno presentato reazioni di terrore quando si è avvicinata una persona che in loro presenza aveva compiuto gesti violenti; “svengono” quando qualcuno si avvicina per cogliere un loro fiore. Questo lo dice la scienza. E si tratta soltanto di vegetali.
L’emotività in senso proprio è una realtà dell’uomo che, essendo dotato non soltanto di energia strettamente fisica, e nemmeno soltanto di anima, cioè di energia vitale, ma anche di spirito, possiede una dimensione del suo essere che non è affatto sperimentabile, ed è perciò profondamente misteriosa. Se ne possono vedere le manifestazioni esterne, sì, ma non si può pretendere di conoscerla pienamente, né tanto meno di “spiegarla” scientificamente.
“Quando mi sono applicato a conoscere la sapienza e a considerare l’affannarsi che si fa sulla terra – poiché l’uomo non conosce riposo né giorno né notte – allora ho osservato tutta l’opera di Dio, e che l’uomo non può scoprire la ragione di quanto si compie sotto il sole; per quanto si affatichi a cercare, non può scoprirla. Anche se un saggio dicesse di conoscerla, nessuno potrebbe trovarla.” (Qo 8,16-17)
All’uomo non è concesso di “scoprire” gli arcani di Dio, e ci sarà sempre una dimensione della realtà che gli resterà inconoscibile; e questo gli fa paura. L’uomo cioè ha paura di se stesso e di Dio. L’uomo di oggi è forse troppo ammalato di egoismo e di orgoglio per comprendere come Dio sia un mistero d’amore, perciò lo percepisce come un rivale, e lo teme. Arriva anche a negarlo, per illudersi di essere più libero.
Paura di Dio. Paura della verità e della luce. Paura delle tenebre. Paura di se stessi. Paura dell’abisso che ci portiamo nel cuore. Paura soprattutto delle forze del male. Anche per i cristiani.
Oggi si vuole che non esista più il peccato perché si è ritenuto saggio eliminare la realtà del male come entità. Oggi esistono (forse) gli uomini cattivi, ma non più “il male”. Anche per certi cristiani. Sì, anche noi cristiani ci siamo molto modernizzati (dico noi cristiani, non la Chiesa); anche noi cristiani a volte abbiamo paura di sconfinare troppo nel soprannaturale, di essere troppo poco razionali e di perdere il controllo su noi stessi e sulle cose. Forse anzi sono sempre di più i cristiani che, pur affermando che siamo tutti nelle mani di Dio, che tutto è nelle mani di Dio, in pratica si illudono di poter contenere se stessi e Dio entro gli argini della saggezza umana e del buon senso comune. Evidentemente si tratta di un Dio con cui si crede di poter scendere a compromessi, di una fede non pienamente calata nel cuore e nella vita; di un Vangelo da accettarsi con le dovute cautele, da interpretare con la razionalità che si conviene al nostro mondo progredito. E penso che, se siamo così cauti noi cristiani, quanto più e a maggior ragione possano esserlo i pragmatisti, i materialisti, i laicisti, gli atei.
Illudersi di conoscere la realtà e di poterla quindi controllare alimenta un’altra illusione: quella di poter bastare a se stessi, di non aver bisogno di nessun Dio. Anzi, secondo qualcuno Dio non deve proprio esserci, perché limiterebbe la libertà dell’uomo e lo costringerebbe ad asservirsi e ad obbedire. E questo l’uomo moderno non può proprio accettarlo. Allora elimina Dio dalla propria filosofia e dalla propria vita, si sostituisce a Dio, e pretende di essere lui stesso dio.
Eliminato Dio, necessariamente spariscono le profondità e le altezze dell’essere e del mondo; sparisce anche il demonio. Spariscono le regole, sparisce la morale; il bene e il male diventano concetti inconsistenti; ciò che è bene o male lo decido io, ed il confine è molto elastico, perché dipende dai miei interessi, dalle mie esigenze e da ciò che ho bisogno di credere. L’uomo-dio relega queste realtà nella categoria dei miti, e immagina di essersi così liberato da ogni fantasiosa ingerenza che possa in qualche modo limitare la sua autonomia.
Paura di non poter essere dio… Eppure “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio”, dicevano gli antichi Padri. Noi potremmo già da ora essere veramente Dio, se soltanto lo volessimo davvero.
Questa cosa però ci spaventa, perché ci proietterebbe in una dimensione che non potremmo più umanamente controllare; ci metterebbe soprattutto di fronte alla nostra verità, che è sicuramente diversa da come noi pretendiamo che sia. E non saremmo più dèi… Soprattutto questo, io credo, ci fa paura: scoprire di non essere affatto come pensiamo di essere. E allora aspiriamo a diventare soltanto dèi minori, illudendoci di poter essere padroncini del piccolo rifugio in cui ci nascondiamo, e che costituisce tutto il nostro mondo; un mondo piccolo in cui ci sentiamo al sicuro perché siamo convinti di conoscerlo e di averlo sotto controllo. Un mondo piatto, soltanto orizzontale. Viviamo dentro una tana di esistenza, in un nascondiglio che la nostra ragione, il nostro egoismo e la nostra presunzione hanno ermeticamente isolato dalle realtà del nostro essere, elevando una barriera impenetrabile, murando il varco che ci aprirebbe l’accesso al mondo misterioso che ci portiamo dentro e che è immenso, grandioso nel bene ma infettato anche di male, pieno di luce ma anche con profondi abissi di tenebra.
Ignorare la nostra realtà ci indebolisce sempre di più, perché ci rende sempre più sconosciuti a noi stessi, quindi sempre più vulnerabili. E così, mentre coltiviamo con cura l’illusione di essere sempre più sapienti, ci allontaniamo sempre più della nostra verità, che ci sarebbe un po’ meno oscura se soltanto avessimo l’umiltà di riconoscere l’esistenza di un muro che ci separa da noi stessi e da Dio.


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